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In molti si interrogano sulla reale possibilità di creare nuovi posti di lavoro e la situazione è sicuramente complessa, perché influenzata da vari elementi di natura diversa. Da parte sindacale pare che l’unica soluzione sia rendere più difficile licenziare e costringere le imprese ad assumere a “scatola chiusa”: soluzione sicuramente miope e poco lungimirante. Sostanzialmente per 2 motivi. Se un’azienda prospera non ha nessun interesse a licenziare: il lavoratore è una risorsa preziosa e sarebbe antieconomico (ma anche stupido!) licenziarlo. Il secondo motivo è che vincoli innaturali rendono le nostre imprese meno completive ed alla lunga anche lo stesso lavoratore verrà penalizzato. Se un’azienda si vede costretta a licenziare probabilmente è stata toccata dalla crisi e ridurre le spese, di cui il costo del lavoro spesso è una componente essenziale, può rivelarsi una delle poche soluzioni per la sua sopravvivenza.

Molti comparti si stanno riducendo, altri stanno scomparendo, molte lavorazioni vengono spostate all’estero. Sono tutti fattori che sfuggono al nostro controllo, o che lo sono solo in minima parte. L’iPad è uno dei prodotti di maggior successo degli ultimi anni, frutto dell’ingegno americano di Apple e di quel grande genio che è stato Steve Jobs. Eppure gli iPad vengono prodotti in Cina.

Per pensare a nuovi posti di lavoro bisogna perciò saper guardare avanti, non indietro. Se la domanda di alcuni beni o servizi si riduce fisiologicamente è assurdo sperare di alimentarla artificialmente: sarebbe un costo inutile per la collettività ed i posti di lavoro che ne scaturirebbero sarebbero “drogati”, impossibili perciò da mantenere nel tempo. Forse una risposta adeguata per chi è ad un passo dalla pensione, ma non certo per un giovane che ha di fronte a sé alcuni decenni di lavoro.

Creare nuovi posti di lavoro significa perciò saper scrutare l’orizzonte, saper ideare nuovi scenari, come ha fatto Steve Jobs. L’iPad non esisteva, eppure oggi costituisce un fenomeno importante di mercato. Nel nostro Paese vi sono molte aziende giovani che si impongono per idee innovative, che non chiedono allo Stato aiuti a fondo perduto, ma minor burocrazia, maggior possibilità di aggredire il mercato, di essere competitive con le aziende tedesche, francesi, spagnole, se non con quelle cinesi, coreane o indiane. Un solo esempio: l’IRAP. È questa una tassa che è spesso stata definita iniqua ed uno dei grandi balzelli che frena l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. l’IRAP infatti non permette di detrarre i cosi del lavoro e gli oneri finanziari, che sono le sole 2 voci di spesa importanti che hanno le imprese più innovative non manifatturiere (che non hanno quindi costi di materie prime e di distribuzione). Chi produce idee innovative si trova perciò a pagare in virtù del fatturato come se questo costituisse reddito. I costi del lavoro pesano ingiustificatamente di fatto il doppio. Perché Camusso, invece che continuare a battersi in modo demagogico per l’articolo 18 non apre un dialogo serio sull’IRAP? Questo significherebbe introdurre un elemento che favorirebbe l’inserimento di molti giovani. Eppure i media si guardano bene dal fare luce su questa anomalia tutta italiana.

Il nostro Paese ha moltissime risorse, pensiamo solo al comparto turistico. Nessuno può portarci via le bellezze e le ricchezze che contraddistinguono l’Italia a livello mondiale. Eppure il turismo vive ancora una fase del “fai da te”, dove gli operatori operano in modo slegato fra loro, inventando ognuno come può le azioni che ritiene più opportune. Manca un “sistema”, una rete che permetta di collegare tutti i servizi e li renda facilmente fruibili, soprattutto per chi arriva dall’estero. Sicuramente pensare in questi termini implica capacità di vedere questo mondo in chiave più ampia, sviluppando un quadro strategico che permetta di proporre un’offerta integrata. L’unica cosa che sono riusciti a realizzare a livello governativo è stato invece il portale italia.it, che si è rivelato un enorme esborso di denaro pubblico senza risultato. La classica montagna che ha partorito il topolino.

Forse i posti di lavoro del futuro allora esistono, ma bisognerebbe approcciare questo tema senza arroganza, senza difendere gli status quo del secolo scorso, che il mercato internazionale ha già fatto crollare. Bisognerebbe che tutti si sedessero attorno ad un tavolo pensando più in termini di marketing che di lobbies, guardando a ciò che potremmo fare domani. Siamo un grande Paese, ce lo ricorda sempre più spesso il nostro Capo dello Stato, come del resto altre insigni personalità, ma non basta più la buona volontà del singolo cittadino, del singolo imprenditore, del singolo lavoratore. Se i nostri burocrati non sono in grado di farlo, lascino spazio ai tanti Steve Jobs che si nascondono tra noi. O adesso, o mai più!

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